Opere

Emanuele D'Ancona - Una fragile armonia

 

Emanuele D'Ancona - Al di là dei sogni

 

Emanuele D'Ancona - Uccellacci e uccellini

 

Emanuele D'Ancona - La finestra sul cortile

 

Emanuele D'Ancona - Qualcuno volò sul nido del Cuculo

 

 

 

Emanuele D'Ancona

 

Nato a Chieti il 22 Agosto 1992.

Si forma come scenografo ad Urbino nella Scuola di Scenografia dell’ Accademia di Belle Arti, diretta allora da Vittorio Sgarbi, laureandosi con Lode nel 2014 presentando una tesi in cui affronta una riscrittura grafico-visiva del testo Antigone di Sofocle. Tra i suoi Maestri di pittura di scena Rinaldo Rinaldi e Francesco Calgagnini che lo seguono nell’esperienza al Rossini Opera Festival di Pesaro per la produzione de “Il Barbiere di Siviglia”.

 

Nel 2015 si trasferisce a Venezia dove frequenta il corso magistrale in Scienze e Tecniche del Teatro dell’Università Iuav di Venezia. Qui studia Regia e organizzazione dell’evento dal vivo. Dall’esperienza in Iuav nasce il sodalizio con la maestra di Teatro Noh Giapponese Monique Arnaud, per la quale lavora nella produzione e nella regia di Opere liriche come “Il Flauto Magico” di Mozart, “Il combattimento di Tancredi e Clorinda” e “Turandot”. Lavora come collaboratore e assistente alla regia di Stefano Monti per importanti spettacoli quali “Le Sacre du Printemps” di Stravinskij al Festival di Stresa, “Un ballo in Maschera” di Verdi, “Carmen” di Bizet al festival di Spoleto e Gianni Schicchi al Teatro Comunale di Modena.

 

Dal 2015 ad oggi è parte della organizzione che gestisce e promuove il festival di teatro internazionale Venice Open Stage che ogni anno propone una rassegna di due settimane di spettacoli e performance all’aperto in Campo San Sebastiano.

 

La sua passione per la fotografia nasce nei primi anni in Accademia, dove frequenta il Laboratorio di fotografia con Massimo Tosello scoprendo il mondo del reportage e dei grandi maestri dell’agenzia Magnum. È proprio guardando ai grandi maestri, nella fotografia e nel teatro, che Emanuele cerca di formare il suo sguardo usando la fotocamera come uno strumento per comporre un quadro poetico della realtà. Il soggetto della ricerca fotografica di Emanuele sono le periferie, i centri abbandonati, le fabbriche dismesse e l’archeologia industriale. Laddove c’è abbandono, c’è poesia. Resta in quei luoghi la traccia dell’esperienza umana che li ha attraversati. L’obiettivo della sua fotografia è dunque provare a far emergere e raccontare le storie di questo abbandono, del vuoto che viene dopo il pieno e così ciclicamente si rigenera.