Allegati

 

 

Luca Giacobbe

I segni cromatici della pittura

Spazio Espositivo Imagoars
Cannaregio, campo del Ghetto Vecchio, 1145 - Venezia

dal 03 al 16 Novembre 2013

inaugurazione 3 novembre

 

Le opere di Luca Giacobbe ci portano, suo malgrado, a parlare ancora una volta di pittura, e più precisamente sul fare pittura, intesa come quell'atto che materializza un'idea. Ed è proprio sulla diversità tra l'idea della pittura e il fare pittura che l'artista tosco-veneziano stimola alla riflessione.

 

Non possiamo nascondere però che Giacobbe guarda con profonda attenzione alle esperienze dell'astrattismo maturate nel secolo scorso. Egli è attento sia alle pitture espressionistiche della scuola americana (principalmente caratterizzate dal gesto, dalla materia, dal movimento della luce sulle irregolari superfici) sia alla pittura europea degli anni settanta (promotrice di una importante dibattito sulla progettualità che dovrebbe guidare e giustificare l'atto pittorico). Però non si può certo dire che Giacobbe si riferisca esclusivamente a uno dei due aspetti dell'astrattismo; infatti, se da un lato si estranea da quella logica razionale secondo la quale il fare pittura è espressione di una progettualità che, stando a monte di ogni atto fattivo, guida la creatività (ma che comunque precede un fare), dall'altro non si lascia certo affascinare dalla pittura astratto-espressionista che, nel suo modificarsi in itinere, tende all'esaurimento dell'atto fino alla ricerca di un equilibrio formale.

 

Giacobbe, figlio delle riflessioni sull'opportunità e sull'esistenza di una pittura astratta, guarda a entrambi anteponendo una visione minimalista della forma ma accompagnata da un sostanziale presenza della pittura nelle sue manifestazioni materico-cromatiche.

 

Cosa dunque caratterizza questo suo fare pittura se non l'idea che un segno (espresso in una forma gestuale quasi immediata) possa originare una forma minima, a volte una semplice figura geometrica (Attese irrisolte, Composizione poetica, Tracce sante, ecc.) che delinea, in modo inequivocabile, il luogo della pittura.

 

Dunque se la forma si manifesta come la protagonista dell'opera, il colore, e con esso la materia, diventa il processo in itinere del fare. La forma, certamente covata nella memoria, viene definita seguendo l'immediatezza del gesto della mano; un gesto fluido, naturale, esaltato dalle tracce del pennello che ne segnano i limiti in una superficie ancora indefinita. Solo in un secondo momento, quanto sono ben definiti gli spazi pittorici, Giacobbe dà sfogo alla sua pittura, libera il suo fare rincorrendo un percorso che gradualmente si viene definendo nell'atto pittorico. Non mescola i colori, se si intravvedono trasparenze, velature o amalgame cromatiche, altro non sono che il risultato di un'immediatezza espressiva simile a un atto liberatorio; uno strumento creativo che occupa, con colore, materia e gesto, ogni spazio estraneo alla forma. Ed è in questa fase che si fa largo la riflessione sui rapporti cromatici, sulla gravezza della materia o sull'aleatorietà della percezione. Giacobbe non segue alcuna logica creativa, anzi si lascia andare, sempre però distinguendoli, al dinamico succedersi degli atti pittorici. Né mai tende a riferirsi a un consolidato accostamento cromatico (spesso i suoi colori disturbano il primo approccio con l'opera), né pensando ad una ripetitività del fare, rendendo così unico ogni suo lavoro ed estraneo a qualsiasi serialità.

 

La sua pittura, proprio per l'immediatezza del suo liberarsi nel segno o nel perseguire un percorso compositivo nel quale i colori esercitano il fascino del semplice esserci, non si lascia mai andare a nessuna interpretazione di tipo psicologistico poiché ogni suo fare è destinato ad essere l'espressione di una attualità creativa che persegue il lungo percorso della pittura.

 

Diego A. Collovini

 

 

Espone

 

Luca Giacobbe

Nato a Venezia il 24 settembre 1966 (...)